LA FUGA
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Mia madre, dritta in mezzo alla porta d'ingresso, ed io davanti a lei con le sue mani poggiate sulle spalle nell'atteggiamento di proteggermi. Uno di quei due tedeschi si era avvicinato a noi: sfoderò la pistola dalla fondina e la puntò in petto a mia madre senza avvedersi che la canna dell'arma stava spianata all'altezza della mia faccia. Tentò di farle capire che dovevamo prendere le nostre cose per andare con loro verso Sulmona. L'altro rimase in atteggiamento di allerta sul ciglio della stradina da dove erano venuti.
Mia madre con gesti calmi e buone maniere gli fece vedere che stava preparando il pane, accompagnandolo prima vicino al fuoco acceso e poi vicino alla madia dove l'ammasso della farina aspettava di essere lavorato. Cercò di convincerlo a lasciarci stare lì ancora per una notte perché l'operazione di cottura sarebbe stata abbastanza lunga, circa tre ore, tanto da finire a tarda notte. All'indomani saremmo risaliti verso Lama per poi proseguire per Sulmona.
Il tedesco con un atto di rarissima bontà, forse anche perché aveva visto che nel frattempo io mi ero tutto bagnato per la paura, ma con fare deciso, ci permise di rimanere per la notte ma ci disse anche che se all'indomani non ci fossimo recati a Lama sarebbero venuti loro e noi tutti "Kaput".
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